Quale Paese vede dalla sua postazione?
Un Paese dove, per fortuna, non si è spenta la creatività e la passione per l’industria. Ma dove, purtroppo, manca una cultura del metodo. E questo ci penalizza.
Anche in economia?
Sicuramente. Pensi un attimo a quello che abbiamo ideato nei diversi campi, dall’alimentare alla meccanica fine, dalla moda all’engineering. Tutto made in Italy. Ma quando si è trattato di tradurre le idee in un business globale, i grandi affari sono diventati prerogativa degli stranieri. Peccato.
Innocenzo Cipolletta, ex direttore generale di Confindustria, dice che l’Italia è prigioniera delle corporazioni.
Ha ragione.
L’obiezione vale anche per il sindacato e per la Confindustria.
L’intero sistema della rappresentanza va ripensato. Troppe lobby la fanno da padrone, e qualsiasi innovazione deve fare i conti con una giungla di veti incrociati. Così, alla fine, vincono sempre quelli che non vogliono cambiare nulla.
Lei, in questi anni, il sindacato lo ha visto molto da vicino.
E ho capito che una parte dei sindacati è una organizzazione politica molto potente.
Che cosa significa?
Guardi i numeri: il 50 per cento degli iscritti alla Cgil non sono lavoratori, ma ex lavoratori. Sembra più il partito dei pensionati che non un vero e proprio sindacato. E l’altra componente che comanda, nel sindacato, è quella del pubblico impiego.
Dove sta la politica?
Nel dire una parola decisiva ogni volta che bisogna approvare una legge. Dalle pensioni alla scuola: una parte del sindacato cala sul tavolo i voti e per questo ha un potere di veto enorme. E lo esercita tutti i giorni.
Non sfugga alla domanda su Confindustria.
Non sfuggo. Una rappresentanza industriale così forte, come in Italia, è sicuramente un’anomalia. Ma Confindustria, almeno in questi ultimi anni, l’ha vissuta con molto senso di responsabilità. Vuole un esempio?
Dica.
Abbiamo rinunciato a mantenere il tfr in azienda .Eppure per noi, specie per le piccole aziende, è una forma importante di autofinanziamento. Lo abbiamo fatto per responsabilità rispetto agli interessi generali di un paese dove il sistema di previdenza pubblica ha bisogno del sostegno della previdenza integrativa.
In una parola: sindacati e Confindustria contano troppo?
Esercitano un supplenza in un momento nel quale la politica è ancora debole. A me piacerebbe un premier che decide e governa, e da lungo tempo in Italia non è così. Non sono riusciti a governare, per esempio, né il centro-destra nella scorsa legislatura né il centro-sinistra in quella attuale.
A sinistra dicono che un governo debole non dispiace a Confindustria.
Sono affermazioni viziate da vecchi schemi ideologici. Gli industriali hanno tutto l’interesse a misurarsi con una politica forte e autorevole, che in Italia al momento non si vede.
Che cosa hanno cambiato, per lei, questi tre anni di vicepresidenza in Confindustria?
E’ vero la mia vita è cambiata. Spesso mi sveglio la mattina alle cinque e ogni giorno devo fare il doppio mestiere. I giornali riesco a leggerli soltanto la notte: ma è un’esperienza che mi ha profondamente arricchito. Se uno è attento, in Confindustria impara tante cose.
E magari aumenti anche il volume d’affari dell’azienda.
Per la Brembo non è successo, anche perché oltre il 70 per cento del fatturato lo facciamo all’estero.
E’ vero che la catena dei contratti è troppo lunga?
Mancano regole chiare. Accordi sottoscritti, dopo anni di negoziati come il protocollo del 1993, non vengono rispettati, e nessuno si scandalizza né qualcuno paga per le inadempienze. E poi ci sono troppi scioperi rispetto ai nostri competitori europei, anche quando non servono.
Come lo spiega?
Una liturgia, quasi un riflesso condizionato. Con un costo enorme per le aziende: le ore di scioperi in Italia, negli ultimi anni, sono state da cinque a dieci volte superiori alla media europea. Un macigno per la nostra competitività.
Perché non riuscite a scrivere le nuove regole sulle relazioni industriali?
Confindustria ha scritto documenti e ha fatto proposte, mentre la Cgil non ha voluto neanche sedersi attorno a un tavolo per cominciare a discutere. Risultato: il confronto non è ancora decollato.
Voi volete contratti più snelli.
Innanzitutto ne vogliamo di meno. Settanta contratti nazionali sono troppi, e non sono giustificati dalle diversità dei vari settori.
Quanti ne basterebbero?
Bisognerebbe contarli sulle dita di una mano. E poi il contratto nazionale, valido da Bolzano a Pantelleria, deve avere pochi articoli. Garantire il potere di acquisto dei salari e legare invece produttività e redditività ai contratti aziendali.
E il resto?
Appunto, va negoziato con i contratti aziendali. Perché ogni impresa ha una sua storia e dei risultati con il quali misurarsi nel momento in cui si tratta con i lavoratori.
E’ vero che in questo modo i lavoratori guadagnerebbero di più?
Ne sono convinto. Con i contratti aziendali, gli imprenditori sarebbero incentivati, in presenza di buoni risultati, a dividerne gli effetti positivi con i dipendenti.
Ingegnere, il suo nome circola nella rosa ristretta dei candidati alla successione di Luca di Montezemolo.
Mi fa molto piacere, non posso negarlo.
Come lo spiega?
E’ una cosa naturale per ciascuno dei vicepresidenti in carica.
Non è sempre così.
Se qualcuno apprezza il lavoro che ho fatto in questi anni ne sono soddisfatto. Comunque, qualsiasi previsione per la successione di Montezemolo è prematura.
Proviamo a fare l’identikit del nuovo presidente.
Un imprenditore che condivida la sfida di rafforzare il sistema delle imprese e il Paese a tutti i livelli.
E il programma?
Credo che la prossima presidenza sarà in continuità con quella attuale. In questi anni abbiamo fatto un ottimo lavoro di squadra, senza smagliature. E in futuro bisognerà portarlo avanti e consolidarlo. Noi vogliamo modernizzare l’Italia, e chiediamo alla politica di fare la sua parte.
Lei una volta mi ha detto: non amo i compromessi. Il presidente di Confindustria, invece, deve farne.
E’ vero: il compromesso costa fatica, mentre all’imprenditore piace decidere tempestivamente. Personalmente ho imparato durante l’ esperienza di Confindustria che a volte il compromesso è necessario.
Che cosa pensa della concertazione?
Un punto d’intesa con il sindacato va sempre ricercato. Ma alla fine qualcuno deve decidere, secondo le proprie responsabilità, e la concertazione non può trasformarsi nella fiera dei veti.
E’ convinto che in Italia bisogna lavorare di più?
Al cento per cento. Siamo tra i paesi europei con la quota più bassa di ore lavorate ,e l’Europa, a sua volta, è molto distante dagli Stati Uniti e dall’Asia. In pratica, nelle aziende italiane si lavora 200-300 ore in meno rispetto ai nostri concorrenti d’oltre oceano
Come bisognerebbe aumentare l’orario di lavoro?
Mi piacerebbe vedere, anche in Italia, la legge recentemente approvata in Austria, cioè la possibilità di avere orari flessibili fino a 60 ore settimanali, cosi’ come prevede la direttiva europea che dovremmo applicare di più anche in Italia. Ma i sindacati si oppongono e cosi’ perdiamo in competitività
E le pensioni?
Anche in questo caso mi riferisco alla media europea: 65 anni. Mi sembra l’età giusta alla quale alzare la soglia, con un atto di coraggio, di civismo e di responsabilità nei confronti delle nuove generazioni.
Le banche hanno troppo potere in Italia?
No. Un’altra delle cose buone che ha portato la globalizzazione è stata la concentrazione dei principali istituti bancari e una maggiore collaborazione tra industria e finanza. Il potere delle banche nasce da questo rapporto.
Molti industriali pensano, però, che sia eccessivo.
Perché? Senza il ruolo attivo delle banche, per esempio, non ci sarebbero stati dei salvataggi industriali che hanno fatto bene all’Italia e a tutto il sistema produttivo.
Si sta riferendo alla Fiat?
Anche.
Ma il potere non lo si misura solo con i finanziamenti e i salvataggi. Guardi la rete di partecipazioni incrociate delle banche….
Il ruolo della finanza è cresciuto ovunque nel mondo, non solo in Italia. Lo dimostrano le grandi fusioni che sono state realizzate in questi ultimi mesi, con la creazione di colossi bancari che possono finalmente competere anche all’estero. Ha mai sentito parlare del capitalismo relazionale?
Più o meno.
E’ l’attitudine, molto diffusa in Italia, a fare affari con l’arma delle relazioni, dei buoni rapporti. Qualche lobby, un buon salotto, una potente tribù di amici, e il gioco è fatto.
Capisco quello che vuole dire. E lo considero un fenomeno piuttosto localizzato , e non un vizio nazionale. Senza retorica, vedo invece molti imprenditori, in tutte le aree del paese, che pensano ai prodotti, all’innovazione, al mercato globale. E sono ossessionati dall’idea di vincere la concorrenza, altro che buone relazioni!
Gli affari, quindi, non si fanno frequentando bene.
Quelli non sono gli affari degli industriali. Altra cosa è il marketing, che per tutti è diventato uno strumento essenziale nella difesa delle quote di mercato. E lo dimostrano i budget delle imprese, non solo quelle grandi, destinati proprio alla voce del marketing, nel quale possiamo fare entrare anche l’obiettivo di qualche buona relazione.
Lei si definisce un moderato?
Se fossi un estremista, non potrei fare questo lavoro.
Quale considera la prima qualità di un moderato?
L’attitudine a rispettare tutti. Amici e avversari. E il metodo di non radicalizzare i contrasti per trovare sempre una soluzione possibile. Ma ripeto: decidendo, e non rinviando i problemi.
Dica la priorità del nostro sistema politico.
Una nuova legge elettorale. Con un sistema bipolare e un meccanismo di voto alla francese o alla tedesca. Quello che garantisce a un governo il diritto-dovere di governare.
Trasferiamo il suo moderatismo nei due campi della politica italiana.
I moderati, come i veri riformisti, sembrano una minoranza in entrambi gli schieramenti.
Ha maturato un’opinione sulla candidatura di Walter Veltroni per la guida del Partito democratico?
Finora ha detto cose di apprezzabile buon senso. E mi sono piaciuti anche i toni del suo linguaggio.
E nel centrodestra chi apprezza?
Ci sono tante personalità di rilievo. Ma, vede, Berlusconi e Prodi hanno finito per fare i conti con gli stessi problemi: non sono riusciti a governare pur avendo, nel caso di Berlusconi, una forte maggioranza in Parlamento.
Come lo spiega?
Sono due debolezze simmetriche,di sistema. Entrambe le coalizioni sono schiave delle loro componenti estreme. E questo rende tutto più difficile, spesso impossibile.
Le piacerebbe un nuovo partito di centro?
Magari…
Perché?
Mi piacerebbe un partito che metta insieme le due componenti moderate e riformiste del centrodestra e del centrosinistra.
E ci sono le condizioni per la nascita di un partito del genere?
Non lo so, sinceramente. Ma la politica a volte ha bisogno di fantasia, ed io auspico un miracolo. Che farebbe molto bene all’Italia.
Per chi ha votato alle ultime elezioni?
Non lo direi neanche sotto tortura. Posso dirle che ho sempre scelto sulla base dei programmi e dell’affidabilità delle persone.
La risposta è incompleta.
Le aggiungo solo che ho cambiato schieramento e non ho votato sempre per la stessa parte politica.
A lei piacerebbe un Sarkozy italiano?
Lo voterei domani mattina.
E lo vede all’orizzonte?
Purtroppo no.
Intervista a Alberto Bombassei
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