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Intervista a Linus

Perché la parola moderato piace così poco ai giovani?
La abbinano a una mancanza di personalità, a un coloro troppo sfumato. Un grigio pallido o un beige che un ragazzo non userebbe mai per vestirsi.
Colori a parte, è una forma di prevenzione ideologica.
Conta molto, purtroppo, anche il fatto che in questi anni il termine moderato è stato svalutato dal suo uso improprio.
In che senso?
Evoca compromessi, trasformismi, furbizie. Ecco perché, da un punto di vista politico, i giovani considerano la moderazione un grave difetto, salvo poi scoprirne, da grandi, le virtù. Un percorso che conosco bene, perché da giovane volevo fare i 100 metri, poi ho capito che la corsa più importante nella vita è la maratona.
Anche lei si sarà interrogato tante volte sul distacco,  l’abisso, tra i giovani e la politica.
E’ un bel problema, specie per un Paese che penalizza le nuove generazioni.
Come lo spiega?
Innanzitutto è bene capire come si manifesta. Oggi la politica interessa  più agli inizi che non alla fine della gioventù. Cattura più i liceali degli universitari. Se ci pensa, è il contrario rispetto alle precedenti generazioni.
Perché c’è questa inversione di marcia?
Tutto si consuma più in fretta, anche le disillusioni. Il fuoco di una passione politica, tra i ragazzi, resta acceso lo spazio di un mattino. Troppo poco per lasciare un segno nella vita, e per tradursi in un impegno duraturo.
Ha un consiglio per riaccendere il fuoco della passione politica?
Primo: non bluffare.
Chi bluffa?
I giovani capiscono quando cerchi di agganciarli con  qualche furbizia. Questa estate, per esempio, ho seguito la campagna elettorale per la corsa alla segreteria del Partito democratico di Enrico Letta, il più giovane dei tre candidati più noti. Bene: mi è sembrato tutto forzato.  Con un giovanilismo di fondo perfino goffo.
Almeno, però,  Letta ci prova.
E questo è sicuramente uno sforzo lodevole. Però non si può parlare alle nuove generazioni pensando di rivolgersi a noi stessi, a come eravamo. La politica così diventa una cosa distante dalla realtà, un gioco di amarcord più che una scommessa sull’attualità e sul futuro.
Passiamo al secondo consiglio.
Bisogna essere dei leader trasversali, non verticali.
Traduca, per favore.
Prima la politica era come fare il tifo: sceglievi un colore e tutto era in funzione di quella decisione iniziale. E stavi per tutta la vita o da una parte o dall’altra del campo. Adesso, crollate le ideologie, e perfino il confine tra destra e sinistra, serve la capacità di essere trasversali nelle scelte che si fanno.  Se una cosa è giusta ed è tradizionalmente di destra, penso alla sicurezza, non bisogna escluderla dall’orizzonte della sinistra. Il cambiamento si può governare con questa elasticità, che i giovani chiedono perché si sentono i più esposti alle mutazioni in atto.
«Sono orgoglioso di stare dalla parte di Grillo»: la frase è sua.
L’ho detta un anno fa, oggi non la ripeterei.
Lei è un grillino deluso.
Mi piaceva la sua passione civile, ma adesso è diventato pericoloso. Non si può trasformare qualsiasi denuncia in un comizio a senso unico nella ricerca ossessiva del consenso: questa strada porta diritti dall’antipolitica al baratro del populismo.  A me non piace, e purtroppo il Grillo di oggi è molto seduttivo per i giovani: riesce a incrociare la mancanza di ideali e la voglia di concretezza, con una certa indignazione.
Lei, ovviamente, è ancora un uomo di sinistra.
Sicuramente mi sento tale come estrazione: le mie origini proletarie contano ancora. Per il resto, come le ho detto, non credo più al confine tra destra e sinistra.
La premessa non mi convince.
Mio padre era un piccolo artigiano e prima di sposarmi, con la mia famiglia d’origine, ho cambiato casa cinque, sei volte. Ogni volta eravamo sfrattati e non potevamo permetterci il lusso di acquistare l’appartamento. Ecco, questo senso della precarietà, mi ha segnato, e lo porto ancora addosso.
Lei, dunque, è un vetero comunista.
Al contrario. Conservo la mia estrazione, ma considero del tutto forzata qualsiasi visione della società divisa in classi, padroni e proletari. E’ un mondo che non esiste più: da libero professionista e poi da manager, ho capito il grande cambiamento che ci attraversa tutti. Ecco perché detesto qualsiasi forma di protezionismo garantista e populista.
In passato per chi ha votato?
Sempre per partiti di sinistra, mai per Rifondazione.
Si iscriverà al Partito democratico?
Non credo proprio.
Perché?
Ci sono troppe cose che non mi convincono. Quello che si vede all’orizzonte è un partito senza carattere e senza personalità. Senz’anima. Una forza politica che riproduce i peggiori vizi della sinistra italiana. A proposito di moderatismo, questa è una sinistra troppo moderata, figlia di assemblaggi e di compromessi che non stanno più insieme.
Ha detto queste cose a qualcuno dei leader del Partito democratico?
Nessuno mi ha consultato o chiesto qualcosa.
Strano, lei ha proprio un profilo che piace a Veltroni.
Veltroni è l’unico leader della sinistra, con il giusto mix di retorica e di pragmatismo, che sembra in grado di decidere qualcosa. Magari alzando la voce e sbattendo il pugno sul tavolo. Con l’età, ho scoperto il valore dell’autorità, e mi piacerebbe vederla esercitare anche dal nostro establishment politico.
Resta il fatto che lei, per la nascita del Partito democratico,  non è stato neanche consultato con una telefonata.
Ha ragione. Sarò presuntuoso, ma non mi aspettavo di essere ignorato. Di fronte alle solite facce in campo, e ai soliti adulatori del giovanilismo a buon mercato, sono un professionista che fa un programma quotidiano alla radio con 1 milione di ascoltatori, e il mio è il terzo blog d’Italia per numero di visitatori. Diciamo che, almeno come termometro, posso valere qualcosa.
Come  spiega  la dimenticanza?
Ignoranza. Da parte di una certa sinistra che non conosce fenomeni popolari e li scambia con l’universo dell’effimero, della non cultura. Tra l’altro, non ho mai sgomitato per un posto  e non ho mai fatto di professione l’oracolo delle nuove generazioni. Eppure, a dire il vero, in un recente passato qualcuno a sinistra mi ha cercato…..
Chi?
Romano Prodi. E’ successo pochi mesi prima delle ultime elezioni. Un giorno mi chiama e mi chiede un incontro per parlare dei problemi dei giovani, e innanzitutto dei motivi del loro distacco dalla politica e dalle sue passioni.
E lei che cosa disse?
Fui felice di vederlo, anche perché venne a casa mia con la moglie Flavia. Fu un incontro molto piacevole, rilassato, e parlammo per più di un’ora. In particolare feci presente a Prodi la difficoltà, per tutti, di interpretare, i nostri giovani a due dimensioni. Da un lato velocissimi ad apprendere ed a consumare, anche per il dilagare delle tecnologie; dall’altro versante lentissimi a prendere le distanze dalla famiglia, a fare la loro strada.  Siamo di fronte a generazioni di figli unici, ragazzi che non crescono mai, e vivono troppo a lungo sotto l’ombrello dei genitori.
Quale impressione ha ricavato dal Prodi visto da vicino?
Mi ha ricordato il mio medico di famiglia. Un uomo di mondo, bonario, rassicurante. Mi colpì una cosa che mi disse con molta chiarezza: questa è la mia ultima avventura in politica, poi toccherà ad altri farsi avanti. Era la consapevolezza di vivere la fine di un ciclo, e mentre la manifestava, capivo che non stava bluffando.
E il Prodi visto oggi?
Teso e nervoso, un’altra persona rispetto a quella che ho incontrato a casa  mia. Mi sembra un capo del governo impegnato, tutti i giorni, nel difficile tentativo di restare a galla.
Adesso parliamo del centrodestra…
Cioè di Silvio Berlusconi…
Non proceda con l’accetta.
Berlusconi rappresenta allo stesso tempo tutto il bene e tutto il male del centrodestra italiano. In questo senso, è un autentico leader.
Proviamo a distinguere i due aspetti.
Certamente Berlusconi ha dei meriti e dei talenti che riguardano la sua moderna capacità di linguaggio, di propaganda, di un rapporto speciale con l’opinione pubblica. Un rapporto confidenziale, contemporaneamente, con milioni di cittadini.
E le cose negative?
Direi il berlusconismo, chè è certo peggio di lui, a partire dalla sua corte.  Il berlusconismo è un’idea della vita e di  un capitalismo senza etica, dove il successo delle persone è misurato solo con il redditometro. Troppo poco, dal mio punto di vista.
Che cosa pensa invece di Gianfranco Fini?
E’ l’uomo delle occasioni mancate. Poteva essere un leader vero, magari il capo del centrodestra, ma paga gli eccessivi compromessi di questi ultimi anni. Gli è mancato il coraggio di dire qualche no chiaro  e forte a Berlusconi, di uscire dall’ombra del Cavaliere che, quando alza la voce, fa abbassare la cresta a tutti i suoi sudditi. Inoltre Fini paga il prezzo di un partito anacronistico, le cui radici, bene o male, affondano nel fascismo. An non ha fatto grandi passi avanti, resta così una forza politica lontana dalla modernità, come Rifondazione comunista sul versante della sinistra.
E come spiega la popolarità di Fini, specie tra i giovani?
Come leader, Fini appare molto più avanti di Alleanza nazionale e del suo gruppo dirigente. Si presenta bene, e ha un  linguaggio moderno, efficace.
Passiamo a Pierferdinando Casini.
Troppo grigio. E con quel sorriso stampato in faccia, evoca il difetto peggiore di un certo centrismo all’italiana: stare sempre con i piedi in due staffe. Fare i furbi, più che inseguire un disegno politico. Infine a Casini vorrei dire una cosa: il moderatismo, quello vero, non esclude la radicalità delle scelte e dei mezzi per realizzarle. I veri moderati nel mondo, a guardarli da vicino, hanno fatto scelte radicali e hanno lasciato un segno nella società a tutti i livelli. In Italia non si è mai vista qualcosa del genere.
A questo punto non mi dica che le piace Umberto Bossi.
Ha il merito di avere individuato un enorme disagio nel Paese.  E di averlo cavalcato con fiuto e con coraggio.
Quale disagio?
Quello degli italiani, specie nelle regioni settentrionali, che tirano la carretta e pagano le tasse.  E poi vedono un pezzo del Paese,  il Mezzogiorno per intenderci, che sprofonda nella corruzione e nella prepotenza della criminalità organizzata. D’altra parte, una forza politica federalista esiste in tutti i paesi europei, e l’Italia non poteva fare eccezione.
Questa è una scoperta: Linus ha una simpatia per la Lega.
Lo considero un partito volgare, nel doppio significato del termine. Da un lato è vicino al volgo, al popolo, come dimostra il suo rapporto molto integro sul territorio; dall’altro si esprime con il linguaggio rozzo e maldestro  dell’ex ministro Roberto Calderoli.
E così torniamo a Berlusconi. A questo punto rappresenta una risorsa o un ingombro?
Entrambe le cose. Una risorsa perché senza di lui il centrodestra non esiste e un ingombro perché la sua presenza così pervasiva, anche per i mezzi economici di cui dispone, impedisce lo sviluppo di una destra moderna. Se non esce da questa trappola, il centrodestra italiano non avrà la stessa fisionomia delle altre famiglie europee.
Che cosa intende per una destra moderna?
Sarò banale, ma mi sembra il modo più sintetico per rispondere alla sua domanda: una destra come quella che sta mettendo in campo Nicolas Sarkozy in Francia.
Lei  voterebbe, in Italia, un centrodestra di questo tipo?
Perché no?  Le ho detto: bisogna uscire dai vecchi schemi , dalla prevenzione ideologica, e in un paese moderno nessuna scelta politica è per tutta la vita.
Lo vede un Sarkozy italiano all’orizzonte?  
Assolutamente no. Ma può darsi che, per osservare con precisione la  politica, mi servono degli occhiali….

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La Vision di Galdo

Il punto Galdo

Cari amici, vi propongo la mia intervista pubblicata su Avoicomunicare. Parlerò di noi, della comunità di uomini e donne di Non Sprecare, della Grande Crisi e della Grande Occasione che abbiamo per definire una crescita più equa e con meno sprechi.

Infine vi parlerò del Premio Non Sprecare, la nostra iniziativa che premia le idee antispreco più utili e originali. Avete tempo fino al 30 settembre per candidarvi, cosa aspettate!

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