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Intervista a Pierluigi Celli

Lei chi è, politicamente parlando?
Un uomo che, tendenzialmente, ama più quelli che si collocano a sinistra. Con grande rispetto, però, per tutte le persone, specie se sono perbene.
Possiamo iscriverla al club dei moderati?
Di sinistra. Sono un moderato sui generis, che detesta qualsiasi forma di estremismo, e l’unica violenza che mi concedo è quella di perdere talvolta la pazienza.
A parte lo stile, veniamo al punto: lei, come tanti personaggi del nostro establishment, dissimula. 
In che senso?
Si definisce moderato, ma si schiera dall’altra parte del campo.
Capisco quello che vuole dire, ma posso dirle che non faccio parte dei tanti dissimulatori che stanno a sinistra per occupare posizioni o spazi di potere. Io spesso non condivido i  Mi capita di non condividere certi comportamenti della sinistra italiana, ma non riuscirei a collocarmi dall’altra parte del campo, anche  solo per reazione.
Magari potrebbe schierarsi per convinzione.
Le posizioni geografiche, dal mio punto di vista, non sono decisive. Quello che conta è stare bene con se stessi, guardarsi allo specchio e non vergognarsi.
Sono curioso di ascoltare i comportamenti della sinistra che non le piacciono.
Primo: fare dichiarazioni di princìpio alle quali non corrispondono cose concrete pari comportamenti coerenti .
Per esempio?
Dire, come fanno molti,  dirigenti del centrosinistra, che nei posti di comando servono persone competenti e scelte secondo il merito. E poi scoprire che, invece, si occupa il potere per il potere, magari attraverso sodali o prestanome.
Passiamo alla seconda obiezione.
Crearsi delle corti strette, che vietano l’accesso degli outsider.
Mi sembra un vizietto diffuso tra i leader del centrosinistra.
Purtroppo è così.non solo Anche se bisogna distinguere tra le corti formate da persone competenti e quelle  dominate dal familismo e dalle amicizie.
C’è qualcuno, pensando a un nome e cognome, che sfugge a questa deriva?
Massimo D’Alema.
Qui è lei che parla per amicizia.
Ho grande stima di D’Alema, ma l’ho visto poche volte nella mia vita. Ha una capacità di ragionare in modo strategico, e questo mi piace. E poi sarà antipatico o scostante, però i suoi rapporti si fondano su basi professionali, di affinità culturali  intellettuali, e non sul familismo.
Giuseppe Caldarola, che conosce molto bene D’Alema, lo definisce un appassionato giocatore di Lego.
In un Paese che non riconosce più standard di comportamenti e di riferimenti, una propensione a definire i pezzi elementari della cassetta degli attrezzi può avere un senso. Il Lego come gioco infantile, invece, è pericoloso.
Possiamo concludere con i comportamenti che non le piacciono nel centrosinistra?
 C’è un’ultima cosa che mi sconforta: esprimersi con posizioni didattiche. Noiose e irritanti.
Mi scusi, ma serve ancora un esempio. 
Ma lei mica penserà di farmi litigare con tutta la sinistra italiana!
Lei è un libero pensatore.
Alcune volte, Piero Fassino mi sembra una maestra di scuola che deve impartire lezioni. In una politica, intesa come servizio, serve anche l’umiltà e la capacità di ascoltare. Comunque: fatte tutte le obiezioni al centrosinistra, non passerei mai nel centrodestra.
Ha una tessera in tasca?
No, ma voterò per il partito democratico.
E per quale leader, alle primarie? D’Alema, Fassino, Rutelli o Veltroni?
Non mi dispiacerebbe se per quel posto ci fosse un altro candidato tutto nuovo.
Non le sfugge che la politica è l’arte del possibile.
Forse la partita nel centrosinistra non è chiusa. Al momento, mi sembra emergere la leadership di Walter Veltroni, senza particolari problemi.
Dunque, ricapitolando: Pier Luigi Celli è un moderato di sinistra che si tura anche il naso, ma non voterà mai per il centrodestra.  Perchè?
Bella domanda. Forse è una questione psicologica, sulla quale pesano diversi fattori. Innanzitutto le origini, la mia storia familiare, una famiglia romagnola immersa nell’antifascismo e un padre, sturziano, picchiato e costretto a ingoiare olio di ricino.
L’antifascismo, senza retorica e strumentalizzazioni, possiamo considerarlo  patrimonio comune degli italiani. Non è un’esclusiva del centrosinistra.
Assolutamente. Infatti, riconosco pari dignità a entrambi i poli politici che, spero, dovranno stabilizzarsi con posizioni chiare e leader  autorevoli. Però, tornando alla questione psicologica, io ho difficoltà ad emigrare e mi piace la fedeltà al proprio punto di vista. In altre parole, detesto i voltagabbana.
Ma gli intellettuali francesi di sinistra che hanno annunciato il loro voto per Sarkozy sono dei voltagabbana?
No. In Francia, oggi, anch’io forse un pensiero lo farei voterei per Sarkozy. E in Germania è probabile che voterei per la signora Merkel rappresenterebbe una chance .
In Francia e Germania sì, in Italia no. Non capisco.
Ma in Italia non vedo all’orizzonte un Sarkozy e qualcosa di simile al centrodestra ai moderati francesi. Piuttosto mi spaventano alcune manifestazioni di retaggio fascista, una scarsa cultura politica da parte dei conservatori, e comportamenti che hanno il sapore della sopraffazione, anche se sono ben mascherati. Nel centrodestra, in Italia, vedo promosse tante persone gente che non è adatta a governare neanche un’edicola. Persone senza  non hanno competenza e senza  nè autorevolezza.
Dall’antifascismo stiamo passando all’antiberlusconismo.
No, quella è una categoria della stupidità. Anzi, devo dirle che al momento Berlusconi  mi sembra l’unico leader in grado di guidare favorire  la nascita di una vera destra moderata italiana, assimilabile ai partiti conservatori europei. Però dovrebbe fare un passo indietro dal palcoscenico, lavorare per costruire una grande forza politica e non una posizione personale. Cose molto difficili per un vero Narciso come lui. I guai per i moderati italiani nascono anche da questa difficoltà di Berlusconi di essere diverso, di sorprenderci ancora una volta, con un profondo cambiamento del suo ruolo.
Un leader accompagnatore.
Sì, un leader che, come ha detto Ezio Mauro conversando con lei, pensi più alla vera immortalità che alla semplice sopravvivenza.
Dopo Berlusconi, nel centrodestra ci sono Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini.
Non conosco bene nessuno dei due. Ho il timore che dietro le loro facce ci sia poco, troppo poco.
Questa è una prevenzione ideologica.
Certamente, nel caso di Fini, ma lo dichiaro. Anche se penso che il leader di An farà più strada perchè ha più cose da lasciare indietro. In ogni caso, tornando all’Europa, mi sembra chiaro un punto: i moderati hanno ovunque leader di grandi qualità. In Italia la situazione è profondamente diversa.
L’Indipendente si è augurato di vedere in campo, entro il 2009, il nostro Sarkozy. Le sembra un’ipotesi velleitaria?
Mi auguro che accada. Anche perchè sarebbe  un bel confronto con il nuovo leader del partito democratico. Un duello tra pesi massimi, mentre quando la partita è tra due pesi piuma alla fine si arriva sempre allo spareggio ai punti. Con  una vittoria ambigua.
Per concludere il ragionamento sull’anomalia dei moderati  italiani, maggioranza elettorale e minoranza nell’establishment, non conterà anche la variabile del Monopoli?
Quale sarebbe?
Prendiamo il suo caso: lei è diventato direttore generale della Rai grazie a Massimo D’Alema.
Ho capito dove vuole arrivare. E partiamo dalla fine: alla Rai, dove tutte le postazioni di vertice dipendono dalla volontà dei partiti politici, io sono diventato direttore generale senza aver mai incontrato in vita mia, fino a quel momento, Massimo D’Alema.
Adesso non mi racconti la favola di una scelta fatta senza appartenenza.
Alla direzione generale mi chiamarono D’Alema e Franco Marini, e quindi fu sicuramente una nomina decisa in sede politica. Ma io non avevo una tessera e non l’ho avuta in tutta la mia carriera. Sono stato per anni all’Eni senza essere stato mai iscritto né alla Dc né al Psi, ed ero puntualmente scavalcato dai dirigenti raccomandati. Poi è arrivata Tangentopoli, e Franco Bernabè mi scelse in un momento nel quale azzerò si erano azzerati i vertici di 200 tutte le società del gruppo. Così è iniziata la mia carriera, a 50 anni.
E oggi?
Oggi posso guardare e farmi delle ragioni. Sono stato felicemente in posizioni di responsabilità in grandi imprese, dalla Rai all’Eni, dall’Enel all’Olivetti, a Omnitel, alla banca Unicredit
C’è un Paese che non ama frequentare e vivere di buone relazioni, e considera ancora un valore contare per quello che si è, non per dove si appartiene. Io, senza presunzione, mi sento cittadino di questo tipo di Paese.
Pensi una cosa: sono stato ai vertici di grandi imprese, dalla Rai all’Eni, dall’Enel a Wind, e da quando la sinistra è tornata al governo con Romano Prodi, nessuno mi ha mai interpellato. Neanche per un consiglio, eppure forse potevo darlo, se non altro per le esperienze che ho accumulato in questi anni.
Come lo spiega?
Semplice: sono considerato un rompicoglioni. Proprio nella mia parte del campo politico. Ne abbiamo parlato prima: contano le amicizie, le famiglie, le tribù, i salotti. E, a mio svantaggio, conta il fatto che ovunque io sia stato, non ho mai scelto un dirigente o un collaboratore perchè di destra o di sinistra. Li ho sempre selezionati e promossi perchè li consideravo bravi.
A proposito di buone frequentazioni, l’ombrellone sulla  spiaggia di Capalbio serve ancora a qualcosa?
Non lo chieda a me. Sono arrivato a Capalbio prima di tanti loro, nel 1976. E ho fatto le valige nel 2000. Da poco ho preso, in affitto,  una casa verso Ansedonia, con l’accesso diretto al mare. Non frequento né l’ultima spiaggia né il paese di Capalbio.
Adesso che abbiamo capito lei chi è, posso chiederle quali sono i punti cardinali di un vero moderato?
Pochi e rigorosi princìpi. Con la convinzione di essere nel giusto: senza, però, ostentarla o ridurla ad arroganza.
Pochi princìpi, vediamoli.
Il moderato ha un’etica di fondo, quella della responsabilità. Ha un grande interesse per il bene pubblico, l’interesse nazionale, il senso delle istituzioni. Cose che in Italia non si vedono più, e spesso sono state sostituite da una  dalla  sottocultura del salotto.
Cioè?
Le sembra una battuta, ma le sto parlando di una delle rovine del nostro ceto politico. Un tempo i salotti erano solo di sinistra, adesso purtroppo sono anche di destra, o, peggio, misti: formati da alleanze al chiuso.
Perchè li disprezza?
Non è un vezzo da snob. Quei salotti rappresentano chiacchiere, compromessi, scambi, strizzatine d’occhio. Una miscela di comportamenti, di prassi, che hanno sostituito la cultura politica. E non solo. E guardi che lo stesso discorso, dal mio punto di vista, vale per i salotti televisivi
Un moderato può essere leggero?
Deve. Parlo, ovviamente, di una sana leggerezza, un mix di distacco dal potere per il potere, e di ironia. Un’attitudine, quasi naturale, a non prendere tutto sul serio, innanzitutto se stessi. E a non considerare gli avversari dei nemici.
Leggero  e anche sobrio?
In Italia servirebbe maggiore riservatezza, per tutti. Almeno per misurare la distanza tra l’apparire e l’essere.
Visto che ci troviamo, consigli anche qualche buona lettura ai moderati.
Consiglio innanzitutto di leggere libri, specie i classici : una pratica che, nell’era della tv e della rete Internet, non è molto diffusa. Qualche autore? Da non perdere, ci sono Leopardi, Macchiavelli (un suo testo modernissimo è “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio”), Skakespeare, Bernard Show. Tolstoy, Emily Dickinson.
I moderati soffrono anche di una crisi di formazione. Sono scomparsi, o si sono spenti, i luoghi di formazione dell’establishment moderato.
E’ una cosa verissima, che tocco con mano avendo delle responsabilità in guidando una università ancora in buona salute come la Luiss. Partiamo da una constatazione di fatto: molta parte dell’ attuale classe politica, di destra e di sinistra, è generalmente di risulta, non è stata formata e selezionata secondo solidi percorsi. Pratica il battutismo senza visione strategica, l’obbedienza a un protettore, l’incoerenza con relativa flessibilità morale.
Un universo di miracolati.
Peggio. Seconde e terze file del vecchio ceto dirigente della prima Repubblica, gente impreparata e cresciuta fuori dal perimetro di quella etica della responsabilità che, come le dicevo, è un’essenziale virtù di un moderato.
Lei sta parlando di una di un’anomalia che ha un’origine: la liquidazione, per via giudiziaria, di partiti e ceti dirigenti.
Quella corruzione andava colpita, però è chiaro che oggi la situazione è persino peggiorata. L’Italia è un paese forse più corrotto di prima, perché è una corruzione che riguarda la testa, i valori. Dove dominano gli  interessi personali e da un incipit: Qui tutto è possibile. Dentro questa melma baraonda, in politica è venuta fuori anche una nuova classe dirigente di vario livello. Professionisti, esperti di marketing, rabdomanti: impreparati e debitori per la vita nei confronti di chi li ha tirati fuori dall’anonimato. Per loro, la preoccupazione non è il bene del Paese, ma il gradimento di un capo tribù.
Un meccanismo che premia la mediocrità.
Non solo. E’ una mediocrità che scoraggia e allontana dalla vita pubblica intere generazioni più giovani. E’ una mediocrità che spinge i più bravi ad andare all’estero, in qualsiasi settore, magari per guadagnare una barca di soldi in una banca d’affari. Capisce quanto ci stiamo impoverendo? E quanto anche i moderati siano spinti a radicalizzarsi?scompaiano?
Capisco. Però non vorrei addebitare il conto di questo ragionamento soltanto alla politica. Lei ha lavorato in molte imprese, in una grande azienda di comunicazione come la Rai, nelle banche. Non mi pare che, fuori dal perimetro della politica, il quadro della nostra classe dirigente sia entusiasmante. 
Ha ragione, però bisogna fare alcune distinzioni. Guardi le imprese: quelle che devono misurarsi sul mercato, anche a rischio della loro sopravvivenza, hanno selezionato nuova e capace classe dirigente.
Facciamo un nome che vale per tutti.
Sergio Marchionne. La sua storia alla Fiat non è solo un grande successo d’impresa, è anche la premessa, la condizione per formare nuova classe dirigente nell’universo delle aziende. Quando, invece, le imprese vivono protette, fuori dal mercato e intrecciate con la politica, possono produrre soltanto gruppi dirigenti, mediamente, della specie che ho descritto.
In Italia non sono poche le imprese in queste condizioni.
Già, sono aziende protette da una bolletta, un tassametro, un pedaggio autostradale. Una rendita. E questo ha i suoi effetti anche sulla qualità delle persone che vi devono fare carriera, perché lottare lì non è così necessario. comandano, perchè finiscono nella melma, nell’indistinto, e diventano esperte dell’arte della sopravvivenza.
Le banche a quale gruppo appartengono?
Le banche hanno in mano l’Italia.
Mi scusi l’autocitazione, ma questo io l’ho scritto proprio sull’Indipendente.
Anche se  ci sono banche orientate sul al  mercato, come l’Unicredit di Alessandro Profumo che sta facendo onore all’Italia con la sua avanzata all’estero, sui mercati internazionali, e la nuova Intesa San Paolo. In ogni caso, le banche sono forti e la politica è debole.
Non mi sembra un fatto secondario.  Stiamo parlando di  un’anomalia nel perimetro dei poteri,  lungo la sottile linea di confine tra economia e politica.
C’è una linea di demarcazione molto netta, che per chi ragiona senza pregiudizi, a un moderato è chiarissima, tra la politica e l’economia. La politica, che deve tutelare interessi collettivi, è il terreno dei fini, prima che dei mezzi. L’economia, invece, si muove sempre e solo alla ricerca dei mezzi. In Italia  succede spesso che tutto si mescoli è tutto mescolato, perchè appunto siamo il paese della melassa.
In questa ricognizione sul tema della formazione della classe dirigente, non può sottrarsi alle sue responsabilità. Non mi faccia leggere  il suo curriculum, ma lei non è vissuto sul pero: è un pezzo da novanta del nostro establishment.
Posso risponderle con una documentazione a prova di verifica, nome per nome. Non ho mai promosso un dirigente, e non l’ho mai formato,  al di fuori di una regola: spazio al merito e alla competenza. Niente altro. E se permette, avendo avuto responsabilità di primo livello di qualche rilievo in grandi aziende, oggi posso dire che con questa regola ho messo in campo centinaia, forse migliaia, di dirigenti. Certo: potevo fare di più e meglio. Ma forse non è un caso se oggi, le parlo da una postazione di direttore generale di una università, la Luiss, che mi ha dato rifugio, oltre che un ruolo del quale sono molto felice. Una posizione fuori dalla mischia.
Perchè rifugio?
Perchè Pier Luigi Celli, ancorato all’idea del merito e della competenza, è scomodo. E quindi potevo anche finire ai giardinetti, con la gioia di tante persone importanti. Le faccio questo sfogo, lo chiarisco, non percè cerco un posto. Attualmente scrivo, lavoro e guadagno bene. Non mi manca nulla.
Nessuna autocritica anche per la sua esperienza alla Rai, altro nodo strategico  di formazione e selezione della classe dirigente?
La Rai e più in generale la televisione in Italia, negli ultimi anni, ha educato poco e  diseducato molto.
Allora la facciamo questa autocritica?
Tenga presente che in tutto il mondo la televisione, è ormai determinante nella battaglia politica. Certo, la patologia consiste nel fatto che in Italia, se frequenti un paio di salotti televisivi sei promosso dirigente politico.
Dottor Celli, non mi faccia essere insistente: lei per tre anni è stato il direttore generale della Rai.
E per tre anni ho lottato per tenere fuori il più possibile la politica dall’azienda, dalla Rai. Non voglio rivendicare un’improbabile verginità, però le garantisco che non ho fatto molte concessioni, e piuttosto ho resistito molto. Ne sono orgoglioso, anche se è un conto che pago ancora oggi.
Vorrei concludere con uno sguardo in avanti. Dove la formiamo questa classe dirigente che manca? Nelle università e nelle aziende, nei luoghi veri della politica, specie sul territorio. Ovunque sia possibile trasferire saperi, attitudini, passioni e valori. A partire da quella cosa che dovrebbe stare molto a cuore a tutti i moderati: l’etica pubblica.

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Cari amici, vi propongo la mia intervista pubblicata su Avoicomunicare. Parlerò di noi, della comunità di uomini e donne di Non Sprecare, della Grande Crisi e della Grande Occasione che abbiamo per definire una crescita più equa e con meno sprechi.

Infine vi parlerò del Premio Non Sprecare, la nostra iniziativa che premia le idee antispreco più utili e originali. Avete tempo fino al 30 settembre per candidarvi, cosa aspettate!

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