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Intervista ad Andrea Riccardi

Lei si definisce un moderato?
Essendo un figlio del ’68, la parola può farmi istintivamente paura. Però, con gli anni e con l’esercizio sapienziale, ho maturato più simpatia per questa definizione.
Torneremo tra poco sul ’68. Intanto, secondo lei, quali sono le categorie del moderato?
La prima, e anche la più importante, è la ricerca dello spazio dell’incontro tra diversi. Viviamo in una società troppo lacerata, anche fintamente lacerata, troppo gridata. E la moderazione è il tentativo di incontrare l’altro, con la sua dignità e con le sue ragioni. A tutte le latitudini, nel piccolo e nel grande, io credo che la civiltà sia vivere insieme: insomma la civiltà del convivere.
In politica come si traduce?
La moderazione è il contrario dell’onnipotenza. Una malattia che da giovani produce un senso di vertigine, da adulti è pura follia.
La moderazione, quindi, ha una sua radicalità.
Assolutamente. E per quanto molto enunciata, è poco coltivata: basta guardarsi attorno per  osservare all’opera, tutti i giorni, moltitudini di persone, uomini e donne, incapaci  anche solo di vedere gli altri.
La religione è un ottimo strumento per coltivare la moderazione. Anche in politica.
La religione è tornata da molti anni al centro del perimetro della vita pubblica. E quindi anche della politica.
Dall’11 settembre del 2001, il giorno dell’attacco alle Torri Gemelle?
Da prima, molto prima. Credo che il punto di svolta sia stato un altro: la vittoria alle elezioni in Iran dello ayatollah Ruhollah Mosavi Khomeyni, nel 1978. In quegli anni lessi un libro di Gilles Kepel: “ La revanche de Dieu”. Il ritorno di Dio. E’ stato un testo profetico.
Che cosa ha significato il ritorno della religione al centro della vita pubblica.
Innanzitutto si sono formate nuove identità. Poi è stata sconfitta l’idea che la modernità avrebbe ridimensionato la religione, e invece è avvenuto il contrario. Con l’effetto collaterale di un rischio…
Quale?
Tutte le religioni, sull’onda di un sussulto di protagonismo, possono degenerare nel fondamentalismo. Il caso dell’islam è esemplare.
Parliamo di noi cattolici.
Non siamo più soli.
Anzi, rischiamo di essere una minoranza.
Guardi il caso dell’Italia, la culla della religione cattolica. A parte l’islam, abbiamo ormai 300.000 cristiani ortodossi. Sono cambiati i rapporti di forza, si sono moltiplicate le voci religiose. E diventa indispensabile ascoltare l’altro, coglierne le ragioni, anche quando ci sembra che non siano sostenibili.
A parte la concorrenza,  chi sono oggi i cattolici?
Il cattolicesimo è una religione di popolo, molto diversificata. Pietà popolare e intellettuali, movimenti e parrocchie, credenti a modo loro e gente fiduciosa nell’istituzione ecclesiale, militanti o simpatizzanti a distanza.
Un popolo pluralista, per definizione.
Un popolo al plurale. Che dagli anni Novanta si trova a fare i conti con una novità: non ha più una classe dirigente laica.
Un vuoto che si è aperto con la fine della Democrazia cristiana.
La DC, nel bene e nel male, rappresentava la mediazione tra la Chiesa e la vita pubblica. Oggi l’unica classe dirigente cattolica di cui disponiamo è quella episcopale.
Possiamo reggere con questo vuoto?
I cattolici hanno un tessuto sociale, religioso e pastorale, assolutamente integro. Sono una preziosa risorsa e un serbatoio di valori. E di reti, di riferimenti per quanti non vogliono impiccarsi all’individualismo estremizzato, la trappola di un meccanismo sociale  dell’uomo contemporaneo.
In una parola: non abbiamo le mani vuote.
Già, ma se e quanto questa risorsa produrrà una novità politica è tutto da dimostrare.
Intanto i cattolici sembrano applicare l’incoraggiamento di Giovanni Paolo II: Non avere paura.
Quelle sono le parole chiave del suo pontificato. E oggi sentiamo la grande fatica, anche per noi cattolici, di fare i conti con i 27 anni  di Giovanni Paolo II. Ecco, se dovessi dirlo con poche parole, mi sembra che i cattolici non abbiano ancora digerito la lunga stagione di papa Woityla e recepito il suo messaggio.
Un pontificato  conservatore o progressista?
Respingo entrambe le etichette. Un pontificato che voleva, per il cristianesimo, uno spazio nel futuro. E per questo si è sforzato di mettere insieme tradizione e modernità.
E il successore? Ha la stessa sintesi?
I cattolici si affezionano sempre al papa precedente, è una nostra mania. Benedetto XVI è il papa della parola, che mette la fede, con la riscoperta della tradizione, della Bibbia e della Parola di Dio, al centro del suo discorso: dopo lo slancio di Giovanni Paolo II serviva un periodo di solidificazione e lo stiamo vivendo. Tra i due non vedo contrapposizione, ma continuità.
Questo papa, tra l’altro, definisce il ’68 una rivoluzione fallita. A lei saranno fischiate le orecchie…
Benedetto XVI si riferisce al fallimento della rivoluzione politica del ’68, e su questo non ci sono dubbi.
Ne paghiamo ancora un prezzo?
Il ’68 ha rotto una diga, ma non ha costruito una strada nuova. E da questa rottura sono uscite tante cose diverse: acqua e ortiche. Così ci trasciniamo da 40 anni una società magmatica, incapace di fare sistema, e non solo nella sfera economica. Una società di gente che troppo spesso pensa in piccolo, con un protagonismo fatto di individualità e quindi più fragile.
Perché in Italia c’è tanta timidezza,  per esempio rispetto alla Francia, nel criticare il ’68 e il fallimento di quella rivoluzione politica?
Valutare un momento di rottura, anche in chiave storica, è sempre un’operazione faticosa, che rischia di essere inquinata da accenti ideologici. Per esempio, secondo me, non abbiamo ancora riflettuto bene sull’altro grande snodo del secondo Novecento italiano: il ’78, con il rapimento di Aldo Moro e i terribili giorni che hanno preceduto la sua morte.
Che cosa manca nella lettura di quella pagina?
La consapevolezza che allora si è consumato il divorzio tra il Palazzo e i sentimenti. Da quel momento si è sedimentato un disprezzo per la politica, e per i suoi simboli, che agli inizi degli anni Novanta ha favorito il crack di Mani Pulite e oggi continua a condizionare lo stato d’animo dell’opinione pubblica.
Di questa rottura il ceto politico è consapevole?
Non mi pare. La moderazione, visto che ne stiano parlando in questa intervista, è anche la capacità di tenere conto del sentimento della gente, di percepirlo in modo soggettivo, e non attraverso i sondaggi. Oggi abbiamo un ceto politico che non ascolta, a partire dalle istanze dei cattolici.
Eppure gli strumenti non mancano…
Ripeto: non servono i sondaggi per questa sintonia. Le racconto un episodio di monsignor Montini quando era sostituto alla segreteria di Stato in Vaticano negli anni’50. Aveva molti amici, sparsi in Italia, e ogni domenica mattina li chiamava uno per uno, al telefono. Come va Bologna? Che succede a Torino? Sembravano domande banali, in realtà rappresentavano un metodo di ascolto, di collegamento tra il palazzo e il sentimento popolare al quale il futuro papa  Paolo VI, da perfetto moderato, dedicava grande attenzione.
Lei condivide l’idea che con Moro i brigatisti hanno ucciso anche la Democrazia cristiana?
Condivido e vado oltre. In quei 55 giorni è stato dato un colpo mortale alla presenza organizzata dei cattolici in politica. Una storia di mezzo secolo finisce in quel momento, e ancora oggi stiamo facendo i conti.
In che senso?
Contiamo poco, questa è la realtà. A parte alcune iniziative, dalla discesa in campo sul referendum sulla fecondazione assistita al Family Day. Iniziative nelle quali, non dimentichiamolo, hanno pesato l’istituzione della Conferenza episcopale e la forza organizzativa dei movimenti.
I cattolici contano poco,  però sono molto corteggiati dai partiti.
E’ un tentativo goffo, spesso strumentale, di rincorrere il loro consenso. Nel centrodestra si definiscono il partito dei cattolici, però declinano il linguaggio dei cattolici come io parlo una lingua straniera. Nel centrosinistra c’è un’onda lunga di laicismo, mentre non si è capita la novità del cattolicesimo di Giovanni Paolo II. Di quelle sue parole profetiche: Bisogna stare in campo. Da qui l’incapacità di essere in sintonia con i valori e i sentimenti del popolo cattolico.
Quale può essere allora lo spazio dei cattolici in politica?
E’ un grande tema, al quale non è facile dare un risposta. Io parto da una convinzione: la situazione del cattolicesimo è quella agonica, cioè di una lotta continua. E non sto citando Adriano Sofri, ma San Paolo.
Abbiamo bisogno di un nuovo partito dei cattolici?
No, non ci credo e sono anche convinto che ormai è sedimentata, nel popolo, l’idea di uno schema politico bipolare. In Italia non ci sarà più un partito dei cattolici, anche se resta il problema della nostra rappresentanza. In questo senso, capisco l’iniziativa di Savino Pezzotta e ha il mio apprezzamento.
Il bipolarismo non si supera.
No. Però bisogna superare questo bipolarismo, fatto di odi e dell’incapacità di riconoscere l’avversario, di legittimarlo. Torniamo così al mestiere e alle categorie del moderato: l’altro è solo l’avversario politico.
Non sfugga alla domanda: come  affrontiamo il problema della rappresentanza dei cattolici?
Partendo dalle culture politiche, che devono fare il loro percorso e hanno bisogno dei loro tempi. Vede, l’universo cattolico è una grande risorsa per questo Paese, e non solo per l’enorme serbatoio di valori che rappresenta.
C’è anche altro, giusto?
C’è la nostra attività quotidiana nel sociale. C’è il contributo che diamo a tenere unito un Paese spezzettato, disarticolato. C’è il lavoro che facciamo nel mondo. Uno dei complimenti più belli che ho avuto nella mia vita è quello che mi arrivò un giorno da Danielle Mitterand, la moglie del presidente socialista. Mi disse: «Quando vado negli angoli dell’inferno, nel mondo, trovo sempre una suora o un cristiano». Ecco, se la politica capisse questo valore, per noi diventerebbe quasi naturale dare uno sbocco alla nostra rappresentanza.
Proviamo, intanto,  a declinarla nelle due parti del campo. 
Anche perché l’Italia resterà bipolare, non lo dimentichi…
Appunto.
Nel partito democratico i cattolici sono una minoranza, schiacciata dall’egemonia di una cultura vagamente laica. Una cultura vecchia che, come le ho detto, non ha capito la portata del cambiamento dei 27 anni del pontificato di Giovanni Paolo II. Ma speriamo…
Pezzotta sostiene che nel Partito democratico i cattolici, al massimo, faranno testimonianza.
Probabilmente ha ragione.
E nel centrodestra?
Quale centrodestra?
Dimenticavo: lei è un fedele antiberlusconiano.
Mai stato antiberlusconiano. Anche se prendo atto del fatto che il centrodestra, finora, si è coagulato attorno alla figura di un capo. Il cattolicesimo è, per sua natura, poliarchia: pensi alla quantità di personaggi che hanno dominato nella classe dirigente italiana del Novecento.
Anche lei mi tira fuori il Pantheon?
Per carità! Quella è un’operazione scorretta, che non mi convince né a sinistra né a destra. E da cattolico penso che Dio ha creato l’uomo, e non sono gli uomini a creare gli dei.
Nel centrodestra non c’è solo Forza Italia.
Il partito che si dichiara più vicino al mondo cattolico, nel centrodestra, è sicuramente l’Udc. Non a caso, anche in alcuni ambienti si ritiene che possa esistere uno spazio nuovo al centro dello schieramento politico, dove sta appunto navigando l’Udc. Ma in politica prima dei riferimenti contano i numeri….
Cioè?
La maggioranza di voti cattolici, nel centrodestra, sono dentro Forza Italia. Punto. Sotto questo punto di vista, l’onorevole Sandro Bondi non dice una bestialità quando afferma che il più grande partito cattolico in Italia si chiama Forza Italia.
Professor  Riccardi, vorrei concludere facendole  una domanda. Mi dica i nomi di quelli che lei considera i più grandi leader politici cattolici dell’Italia del Novecento?
Vediamo… De Gasperi, la Pira e Moro. Fermo restando che senza Paolo VI non ci sarebbe stato nessuno dei tre, né la stessa Democrazia cristiana.
Bene. E secondo lei, questi tre personaggi, vivendo oggi, di che cosa si occuperebbero?
In che senso?
Non sarebbero impegnati a dare una nuova rappresentanza politica i moderati italiani? 
Certo.  Ma la ristrutturazione in politica non è un fatto architettonico. C’è bisogno di un passaggio culturale, e i cattolici in questo ambito possono stare in prima fila.
Hanno gli strumenti. Hanno idee nuove prese da un giacimento antico. Esattamente quello che serve alla politica. Anche se oggi c’è miseria di idee e forse una classe dirigente tanto più piccola di quella del tempo di De Gasperi, La Pira e anche Moro. C’è bisogno di moderazione in un mondo dove si grida molto per nascondere il vuoto e dimenticare quello che si è gridato. Ma c’è anche bisogno di grandezza…

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La Vision di Galdo

Il punto Galdo

Cari amici, vi propongo la mia intervista pubblicata su Avoicomunicare. Parlerò di noi, della comunità di uomini e donne di Non Sprecare, della Grande Crisi e della Grande Occasione che abbiamo per definire una crescita più equa e con meno sprechi.

Infine vi parlerò del Premio Non Sprecare, la nostra iniziativa che premia le idee antispreco più utili e originali. Avete tempo fino al 30 settembre per candidarvi, cosa aspettate!

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